Intervento in Consiglio Comunale "2019 L’Italia è omofoba e non si può più fare finta di non vederlo"

Lunedì 18 febbraio 2019

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  • Roberta Li Calzi

Intervento in Consiglio Comunale "2019 L’Italia è omofoba e non si può più fare finta di non vederlo"

“Vedi che iniziano a girare la manovella e sai che arriverà, e quando arriva il tuo corpo inizia a tremare, sai cos’è perché ci sei già passato, ma non capisci più cosa succede, urli di dolore che ti scoppia la gola, ti senti cadere, e poi ricomincia.”

Queste parole sono una delle poche testimonianze di un sopravvissuto ai campi di concentramento aperti in Cecenia, dove ormai da mesi vengono rinchiusi e torturati, anche fino alla morte, uomini omosessuali. 

Aprivo così il mio intervento di inizio seduta del 15 maggio 2017. E proseguivo dicendo: La Cecenia non è cosi lontana come si possa credere ed è importante tenere alta l'attenzione. 

Italia, Perugia, primo gennaio 2019: cinque ragazzi iniziano a pedinare Lorenzo, che ha appena festeggiato il capodanno con gli amici, lo ricoprono di insulti, lo minacciano, in pieno centro storico. Una delle tante, troppe, brutte storie che accadono nel nostro Paese e che, se così si può dire, è “finita bene”, perché il ragazzo, la cui unica “colpa” era quella di essere vestito in maniera “eccessiva”, come riporta l’articolo (che poi bisognerebbe capire il significato di una tale espressione), è riuscito a raggiungere la propria auto e a fuggire via, terrorizzato. “Sto molto attento a quello che indosso, a quello che potrebbe succedermi se cerco di dare troppo nell’occhio”: già da queste sue parole si capisce che qualcosa non va in Italia. Perché non è nemmeno lontanamente concepibile che un ragazzo giovane si debba preoccupare di come vestirsi perché ha paura, esattamente come una ragazza dovrebbe poter indossare liberamente una gonna corta senza poi dover sentir dire la classica frase, ancora troppo spesso nel linguaggio comune, “se l’è andata a cercare”. 

Nessuno cerca la violenza, nessuno cerca la minaccia, nessuno cerca l’insulto. Gli unici responsabili di violenze, minacce e insulti sono coloro che compiono tali azioni vergognose, becere, orribili. Questo è l’unico messaggio che deve passare, dalla politica, dai mezzi di comunicazione, dalla cultura di questo Paese. 

Le cronache e i dati delle aggressioni riportate dall’inchiesta de L’Espresso uscita la settimana scorsa raccontano di un Paese sprofondato nell’odio. Sono tutte dell’ultimo anno.

Il 21 luglio a Torino un sedicenne viene massacrato di botte fino a perdere coscienza, perché “cammina come un frocio”.

A Palermo, una coppia di 14 e 15 anni, seduta su una panchina, viene prima insultata e poi colpita da pugni in bocca, in faccia e poi da un colpo di casco in testa.

Da nord a sud le vittime sono gay, lesbiche e transessuali. In alcuni casi anche eterosessuali, quando un gesto è scambiato per altro, come i due muratori di Bologna, aggrediti da un uomo che li ha prima sommersi di insulti omofobi e poi ha sfondato il finestrino della loro auto, dove erano saliti per prendere una bottiglietta, pensando che fossero una coppia.

Verona, 11 agosto, Andrea e Angelo, che si tenevano per mano, vengono offesi con parole irripetibili da un gruppo di ragazzi, poi schiaffeggiati e spintonati. Da quel giorno inizia il loro incubo e giorni dopo la loro abitazione viene cosparsa di benzina e ricoperta da svastiche e scritte come “Culattoni bruciate”, “Vi metteremo tutti nelle camere a gas”. E poi denunce, clamore da parte dei media, ma zero solidarietà e supporto dalle istituzioni. Anzi, il Sindaco della città che a marzo ospiterà il “Congresso delle Famiglie”, raduno mondiale delle associazioni anti-Lgbti cattoliche e di destra, li ha addirittura attaccati. 

A Roma, Federico, 21 anni, viene accerchiato da 4 uomini (se così possiamo definirli), che prima lo insultano: “Pezzente, voi froci siete peggio degli zingari” e poi gli puntano un coltello sulla schiena e lo pestano a sangue, pugni in faccia, calci nelle parti intime. Erano in quattro, perché i vigliacchi attaccano sempre in branco, coi bomber neri e uno di loro con la croce celtica tatuata sulla nuca. Sono moltissimi gli episodi in cui l’aggressione nei confronti delle persone Lgbti viene perpetrata dai gruppi di estrema destra, spesso con l’appoggio delle frange estremiste cattoliche. 

Nel maggio 2018 Arcigay aveva censito 119 storie di omotransfobia riportate dalla stampa, tra esse ben 4 omicidi, dal primo giugno a oggi i dati sono aumentati in maniera esponenziale: solo tra giugno e luglio dello scorso anno si registrano ben 32 episodi, per un totale di 39 vittime in due mesi (la media, in passato, era di 9 vittime al mese). E si tratta comunque di numeri che non tengono conto, ovviamente, di tutto ciò che accade, perché non tutte le vittime hanno il coraggio di denunciare. 

La cortina di pregiudizio e discriminazione ai danni delle persone LBGTI attraversa le istituzioni e si diffonde nel tessuto sociale. E in questo senso anche dire “non c’è bisogno di tutelare chi subisce le violenze, non c’è bisogno di una legge, non è una priorità”…sì, anche questo è un atteggiamento colpevole. Come sempre lo è l’indifferenza. Soprattutto da parte di chi è chiamato a rappresentare le persone, tutte, a partire da quelle più deboli.

Ed è proprio nei momenti in cui maggiore è l’attacco che più forte si deve alzare la voce per prendere posizione, senza mezze parole. Non è più il tempo della paura, del non detto, dei c.d. “inciuci”, biechi, per mettersi di traverso. Quel tempo è finito. 

Ora è il tempo del coraggio, se no sarà troppo tardi. Il declino verso la violenza e la cattiveria va fermato prima che diventi qualcosa di “normale”. 

Lo dobbiamo a Lorenzo, Andrea, Angelo, Federico e, purtroppo, a tante e tanti altri.

Lo dobbiamo ai loro genitori, nonni, amici, colleghi.

Lo dobbiamo a tutte le persone eterosessuali che vogliono vivere in un'Italia migliore di questa.

Lo dobbiamo alle bambine e ai bambini.

Lo dobbiamo a noi stessi e a coloro che verranno dopo di noi.


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