Chiedo ad Aung San Suu Kyi, cittadina onoraria di Bologna, di chiarire la vicenda delle persecuzioni in Birmania

Lunedì 23 novembre 2020

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  • Roberta Li Calzi

Chiedo ad Aung San Suu Kyi, cittadina onoraria di Bologna, di chiarire la vicenda delle persecuzioni in Birmania

Venerdì ho letto sul Corriere di Bologna una lettera di Benedetto Zacchiroli, che mi ha sollecitato su un tema che ho seguito in questi anni, attraverso la lettura delle notizie a livello internazionale e dei contributi di chi si occupa della situazione in Birmania.

Domenica 8 novembre, mentre gli occhi del mondo erano puntati sulla competizione elettorale in corso negli Stati Uniti, si sono svolte anche le elezioni in Birmania (ufficialmente Repubblica dell’Unione del Myanmar), vinte dal partito Lega nazionale per la democrazia, guidato da Aung San Suu Kyi, che ha ottenuto una larga maggioranza come era successo cinque anni fa nelle prime elezioni democratiche del Paese in oltre mezzo secolo.

Il 15 settembre 2008 il Consiglio Comunale di Bologna, con voto unanime, aveva approvato la richiesta della Presidenza del Consiglio Comunale di offrire la cittadinanza onoraria della città di Bologna alla leader birmana Aung San Suu Kyi, Premio Sakharov della Comunità Europea per la libertà di pensiero nel 1990, Premio Nobel per la Pace nel 1991. 

Il riconoscimento le è stato assegnato nel 2013, durante una seduta straordinaria del Consiglio.

Aung San Suu Kyi, nota universalmente nel suo Paese come “The lady”, ha ottenuto il premio Nobel per la Pace per la sua lunga battaglia contro il regime militare.

Nelle elezioni del 2015 il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (Nld), si era assicurato una schiacciante maggioranza in Parlamento e Aung San Suu Kyi era diventata, di fatto, la leader del paese.

Nel 2016 c’è stata una sorta di riconciliazione formale con l’esercito, quando il Capo di stato maggiore birmano, il generale Min Aung Hlaing, è andato a trovarla a Yangon nella sua residenza, dove Aung San Suu Kyi aveva trascorso quindici anni agli arresti domiciliari.

Nel 2017, nello Stato del Rakhine, in Birmania orientale, l’esercito birmano ha distrutto i villaggi della comunità musulmana dei Rohingya, massacrato decine di migliaia di uomini, donne e bambini, e spinto circa 750mila persone oltre confine, in Bangladesh. 

Uno degli inquirenti delle Nazioni Unite che ha esaminato le accuse, Antonia Mulvey, ha dichiarato fuori dall’aula, dopo la sua testimonianza, che “Aung San Suu Kyi non ha fatto niente per fermare le uccisioni. Avrebbe potuto chiedere l’aiuto della comunità internazionale all’epoca. E adesso, l’insulto finale, difende in tribunale il comportamento dell’esercito”.

Nel 1990 il Parlamento europeo aveva assegnato ad Aung San Suu Kyi il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, per aver incarnato la lotta per la democrazia del Myanmar. Un anno dopo la donna, che ha vissuto diversi anni prigioniera nella sua casa per volontà del regime militare allora al potere, aveva ricevuto anche il Premio Nobel per la Pace. Ma ora i Deputati europei la ritengono indegna di quella onorificenza considerandola, adesso che è Consigliera speciale di Stato e Ministra degli affari esteri del Myanmar, complice di una tragedia che sta causando la fuga di massa di questa popolazione.

Per questo, nel settembre 2020, la conferenza dei presidenti del Parlamento Europeo ha deciso di escludere formalmente San Suu Kyi dalla comunità del premio, a causa della sua “inazione e la sua accettazione dei crimini in corso contro la comunità Rohingya in Myanmar”.

Nel 2018 anche Amnesty International aveva revocato l’onorificenza che era stata concessa alla leader birmana nel 2009 nella forma di “Premio all’Ambasciatrice della Coscienza”.

Non era il primo atto di disconoscimento dell’autorevolezza di Aung San Suu Kyi nel contesto internazionale: il Canada, infatti, aveva già revocato la cittadinanza onoraria e l'Holocaust Museum degli Stati Uniti le aveva ritirato il premio che porta il glorioso nome del sopravvissuto all’Olocausto Elie Wiesel, che le era stato assegnato nel 2012.

Ritengo legittimo che anche il nostro Consiglio Comunale esamini attentamente questa vicenda e chieda alla cittadina onoraria di Bologna Aung San Suu Kyi di spiegare le ragioni del suo agire di questi anni. Il Consiglio Comunale, che rappresenta la città, ha il diritto di avere risposte direttamente da colei che ha ricevuto la più alta onorificenza del nostro Comune.

È diritto e dovere del Comune di Bologna, città fondata sui valori di libertà e di difesa delle persone più deboli, approfondire una vicenda che ha destato non poche perplessità a livello internazionale. Non vogliamo né eroi né capri espiatori, ma penso sia rispettoso del lavoro del Consiglio Comunale chiedere alla diretta interessata di fornire chiarimenti in merito alla situazione in Birmania che la vede coinvolta in qualità di leader del partito che governava e che ha vinto nuovamente le elezioni. Senza preconcetti né pregiudizi, per questo presenterò un Ordine del Giorno in iter ordinario da approfondire in Commissione, perché la prima cosa da fare è capire e per farlo al meglio è necessario sentire più voci e, una su tutte, quella della nostra cittadina onoraria.


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